Dici che sono io,
dove il silenzio si allunga e resto
privo dell’ombra di un dubbio piegato.

Dico che sei te,
Te che cambi pelle ogni volta che ti volti,
che lasci brandelli curvi su tutte le membra che tocchi.

Il mio disordine ti somiglia troppo:
chi si è appoggiato ai miei angoli ciechi
come luce che non chiede spazio
e avanza nelle crepe di qualunque stanza?

Il tuo nome è scivolato dentro il ventre dell’acqua
similmente a un ricordo che sa dove andare
senza disturbare la superficie.

Pieno dei tuoi orizzonti,
svuotavo i miei confini.

Ora che tutto è un cedere al miraggio della simmetria,
anche all’Eterna che non mi ha visto mai
rivolgo la bugia d’esser diventato cieco anch’io.

Assenza, la teoria più elegante del delirio:
disinnesca la sola equazione rimasta,
luogo in cui continuavo a risolverti
mentre ti sottraevi al teorema.

Mi ancoro, ancora
a questa rete che rifiuta ogni peso,
libero da qualunque gravità deforme:
ed è in questo rinnovato silenzio
che per la prima volta
riconosco la mia dimora,
il mio porto sepolto.